Il laboratorio Dolci Evasioni della cooperativa L’Arcolaio non è un esperimento né una storia edificante. È un’impresa che lavora, paga stipendi e tiene testa al mercato.
Nel nostro mestiere, quello di chi decide cosa mettere a scaffale, capita spesso di trovarsi davanti a prodotti che arrivano accompagnati da una narrazione di “buona causa”. Di solito quella narrazione serve a coprire un’altra realtà, meno dignitosa: qualità incostante, filiera fragile, distribuzione improvvisata. E così, quando arriva un prodotto davvero fatto bene che porta con sé una storia di inclusione, il rischio è automatico: trattarlo come gli altri, cioè come un prodotto “sociale”. Lo si mette in fondo allo scaffale, con un’etichetta affettuosa e un prezzo di convenienza, e si chiude la pratica.
L’Arcolaio è uno di quei casi in cui questo automatismo, se lo applichi, ti perdi la storia vera. E anche un’opportunità commerciale.
Cos’è L’Arcolaio
L’Arcolaio è una cooperativa sociale nata a Siracusa nel 2003. Il suo laboratorio di produzione alimentare si chiama Dolci Evasioni e lavora dentro la Casa Circondariale di Siracusa, in contrada Cavadonna. A lavorarci sono persone detenute, con contratti regolari pagati dalla cooperativa, seguite da un maestro pasticcere e da figure educative.
Non producono marmellate, come a volte si sente dire. Producono biscotti biologici e senza glutine: frollini al pistacchio, agli agrumi di Sicilia, alle mandorle, alle carrube, al caffè, al sesamo di Ispica (presidio Slow Food), insieme a mandorle e frutta secca, sali e condimenti, erbe ed ortaggi essiccati. Tutto con materie prime locali, filiera corta, certificazione biologica. I prodotti sono distribuiti in Italia e in alcuni paesi europei con il marchio Dolci Evasioni, attraverso il circuito del bio (ECOR, Le Galline Felici), gruppi d’acquisto solidale, negozi specializzati e l’e-commerce proprio.
Il presidente, Giuseppe Pisano, in più di un’intervista pubblica ha raccontato l’impostazione della cooperativa con una formula asciutta: fare impresa vera dentro il carcere. Non attività occupazionale, non laboratorio simbolico: impresa. Con tutti i requisiti del lavoro regolare, contratto, orario, responsabilità, continuità, perché è solo dentro questa cornice che il lavoro diventa, per chi lo fa, uno strumento di ricostruzione della propria identità di cittadino e di lavoratore.
Accanto a Dolci Evasioni, dal 2014 la cooperativa ha aperto un secondo fronte sui Monti Iblei: il progetto Frutti degli Iblei recupera terreni incolti e coinvolge persone migranti, ex detenute e altre persone in difficoltà nella coltivazione e trasformazione di erbe aromatiche, sesamo, agrumi e ortaggi. È un progetto gemello pensato anche per accompagnare chi esce dal carcere nella fase più delicata: quella in cui hai finito di scontare la pena ma non hai ancora un lavoro fuori.
I numeri, perché contano
In ventidue anni L’Arcolaio ha formato e dato lavoro a oltre quattrocento persone detenute. Oggi nel laboratorio lavora stabilmente una decina di persone. Sembrano pochi, ma non lo sono: in Italia, su circa sessantamila persone detenute, a lavorare è una minoranza, e di queste la maggior parte è impiegata direttamente dall’amministrazione penitenziaria per servizi interni. Le cooperative sociali che operano con contratti veri dentro gli istituti sono ancora poche, e L’Arcolaio è tra le più longeve.
Poi c’è il dato che nel settore si cita più di ogni altro, anche se non tutti sanno quanto è diverso dalla media. Chi esce dal carcere senza aver lavorato, in Italia, ha una probabilità di tornarci che oscilla tra il settanta e l’ottanta per cento. Chi durante la detenzione ha lavorato con una cooperativa sociale scende sotto il dieci per cento. Secondo il presidente di Confcooperative Federsolidarietà, Stefano Granata, il dato può arrivare al due per cento. È una forbice enorme, ed è una di quelle informazioni che da sola dovrebbe bastare a convincere chiunque si occupi di politiche penitenziarie, ma che fatica ancora a tradursi in investimenti strutturali.
La ragione per cui vale la pena citare questi numeri in un articolo che parla anche di scaffali è semplice: quando metti in vendita un prodotto fatto in un laboratorio come Dolci Evasioni, stai partecipando, in piccolo, nella tua scala, al mantenimento di un sistema che riduce la recidiva di sessanta punti percentuali. Non è una cosa che si ottiene spesso, nel lavoro di un category manager.
Cosa dicono le foto (e cosa non dicono)
Roberta Dell’Ali, responsabile comunicazione della cooperativa, mi ha mandato alcune immagini per accompagnare questo articolo. Le ho guardate a lungo, perché quando non sei stato sul posto le foto sono il tuo modo di capire qualcosa.
Ce n’è una del gruppo di lavoro all’aperto, sette persone in maglietta bianca col logo della cooperativa, tra gli Iblei d’estate. È la foto che ho usato per il post LinkedIn: la scelgo anche qui perché dice, prima ancora delle parole, che questa è una cosa collettiva, e che ci sono dentro uomini e donne. Il laboratorio in carcere è maschile, perché la casa circondariale di Siracusa lo è, ma la cooperativa nel suo insieme è una realtà mista.

Ce n’è un’altra, dentro il laboratorio, con un collaboratore che lavora con le mani, sorridendo, mentre prepara il prodotto. Non la uso da sola accanto alla parola “detenuti”, perché una foto e una didascalia insieme possono esporre una persona più di quanto lei abbia scelto di esporsi. Ma la guardo, e la cosa che mi colpisce è che sembra un laboratorio qualsiasi: attrezzi inox, grembiuli puliti, luce verde dalle pareti, gesti precisi. È esattamente il punto di L’Arcolaio. Dentro c’è il carcere; quello che succede è lavoro.
E lo scaffale?
Torno al punto da cui siamo partiti. Per chi nel retail si occupa di assortimenti, L’Arcolaio pone una domanda specifica: come trattiamo un prodotto così?
La risposta sbagliata è metterlo nello scaffale del “sociale”. Non perché sia una posizione infamante, ma perché è una posizione che sterilizza. Lo scaffale del sociale, nella maggior parte dei punti vendita, è una zona a bassa rotazione dove vanno i prodotti che non si sa bene dove mettere. Il messaggio che passa al cliente è “comprandomi fai una buona azione”, non “comprandomi mangi qualcosa di buono”. Per un biscotto al sesamo di Ispica con filiera corta, certificato biologico, e con una storia che aumenta, non diminuisce, il suo valore percepito, è una collocazione che lo uccide.
La risposta giusta è trattarlo come un prodotto premium di filiera corta siciliana, che è esattamente ciò che è. Metterlo accanto ai biscotti artigianali che costano come lui, raccontarlo nella sua categoria, dargli spazio di comunicazione nei canali dove si parla di qualità e di origine. La storia dell’economia carceraria non è un supplemento che giustifica il prezzo: è un attributo di prodotto, come il grano macinato in loco o la mandorla di Avola. Un attributo che per una parte crescente di clienti, quelli che chiedono coerenza, trasparenza, impatto, pesa quanto la certificazione.
È una scelta di posizionamento, non di beneficenza. E come tutte le scelte di posizionamento, richiede che il buyer e il category manager ci abbiano pensato prima. Il lavoro del retail, quando funziona, è proprio questo: costruire cornici di senso intorno ai prodotti. Dire a chi entra nel punto vendita “guarda, questa cosa qui merita attenzione, e io ti spiego perché”. Un prodotto come quelli di Dolci Evasioni merita quella cornice.
Dove si comprano
Per chi volesse assaggiarli, le Dolci Evasioni sono in vendita direttamente sull’e-commerce della cooperativa (arcolaio.org), in molti negozi del circuito biologico e del commercio equo, nei gruppi d’acquisto solidale, e presso i distributori specializzati ECOR e Le Galline Felici. In alcuni periodi dell’anno si trovano anche in selezioni di GDO attente all’origine e alla sostenibilità.

Se qualcuno di chi legge ha esperienza diretta con la cooperativa, o con altre realtà analoghe che lavorano nelle carceri italiane, mi farebbe piacere sentirlo. Ne sto raccogliendo una mappa.
Foto condivise da L’Arcolaio per uso editoriale. Ringrazio Roberta Dell’Ali per la disponibilità.

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